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Nuovo art. 617 - septies - Codice Penale

ATTENZIONE, NUOVO ARTICOLO DEL CODICE PENALE

 

Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente.

Chiunque al fine di recare danno all'altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione, è punito con la reclusione fino a quattro anni. La punibilità è esclusa se la diffusione delle riprese o delle registrazioni deriva in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l'esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca. Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

 

a.s.

Condominio: installare una telecamera sul pianerottolo non è reato

di Marina Crisafi - Non è reato installare una telecamera sul pianerottolo dell'edificio condominiale. Questo perché scale e pianerottoli in comune sono destinati ad essere utilizzati da più persone. Così ha stabilito la Cassazione (sentenza n. 34151/2017 sotto allegata), rigettando il ricorso di un condomino (parte civile nel processo) che lamentava l'installazione di una telecamera, da parte del vicino, sul muro del pianerottolo condominiale.

La vicenda

Il tribunale in primo grado condannava l'uomo per il reato di interferenze illecite nella vita privata ex art. 615-bis c.p. per aver installato una telecamera sul muro del pianerottolo condominiale, vicino alla porta d'ingresso della propria abitazione, con cui inquadrava la porzione di pianerottolo prospiciente la porta della casa stessa, nonché "la rampa delle scale condominiali e una larga parte del pianerottolo condominiale", in tal modo videoregistrando chiunque entrasse nel raggio d'azione della telecamera.

In appello, la Corte assolveva l'uomo per insussistenza del fatto. Ad avviso del giudice di secondo grado, infatti, il pianerottolo condominiale non rientra nella nozione di privata dimora, di cui all'art. 614 c.p. (richiamato dall'art. 615-bis c.p.), e la telecamera "incriminata" aveva un raggio di ripresa che interessava soltanto l'uscio di casa dell'imputato e una porzione di pianerottolo, tant'è che neppure la rampa delle scale che portava al piano superiore era completamente ripresa.

Il vicino, costituitosi parte civile, non ci stava e adiva il Palazzaccio, lamentando l'"errore logico" in cui sarebbe incorsa la Corte d'Appello, allorché aveva concluso che la telecamera non fosse in grado di riprendere la porta d'ingresso della sua abitazione, giacché i fotogrammi erano stati estrapolati a campione dalla polizia giudiziaria, mentre la telecamera era in grado di ruotare e riprendere così angoli differenti del pianerottolo. Lamentava inoltre che la Corte avesse mal interpretato l'art. 615-bis c.p., "in quanto il pianerottolo condominiale costituisce 'appartenenza' di un luogo di 'privata dimora' ai sensi dell'art. 614 c.p.".
Cassazione: la telecamera sul pianerottolo non è reato

Ma per la quinta sezione penale della Corte suprema, il giudice d'appello ha ragione e il ricorso va rigettato.

Non regge infatti la tesi secondo cui la corte sarebbe caduta in "travisamento del materiale di prova": lamentela solo assertiva e non supportata da altri elementi probatori, in grado di sovvertire il giudizio del giudice di merito.

Inoltre, ricordano da piazza Cavour, "l'art. 615-bis è funzionale alla tutela della sfera privata della persona che trova estrinsecazione nei luoghi indicati nell'art. 614 c.p.; vale a dire, nell'abitazione e nei luoghi di privata dimora, oltre che nelle 'appartenenze' di essi". Si tratta, dunque, "di nozioni che individuano una particolare relazione del soggetto con l'ambiente ove egli svolge la sua vita privata, in modo da sottrarla ad ingerenze esterne indipendentemente dalla sua presenza". Le scale di un condominio e i pianerottoli delle scale condominiali, invece, "non assolvono alla funzione di consentire l'esplicazione della vita privata al riparo da sguardi indiscreti, perché sono, in realtà, destinati all'uso di un numero indeterminato di soggetti e di conseguenza la tutela penalistica di cui all'art. 615-bis c.p. non si estende alle immagini eventualmente ivi riprese".

Da qui il rigetto del ricorso e la condanna alle spese di giudizio.

Cassazione, sentenza n. 34151/2017

NUOVA COLLABORAZIONE: INCOLUMITAS.

A seguito degli eventi tragici che hanno coinvolto gli studenti, durante le gite scolastiche, abbiamo pensato fosse necessario intervenire in aiuto al Personale Docente sempre ed unico responsabile. Con la costituzione di INCOLUMITAS si è voluto intervenire per sopperire a carenze gestionali e di controllo, riferite proprio all'incolumità degli studenti, offrendo un aiuto professionale e tempestivo.

www.incolumitas.it

 

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A.S.

CONTROLLO INFORMATICO DEI DIPENDENTI

Una breve guida per comprendere quando il controllo informatico sui dipendenti da parte dei datori di lavoro è lecito o meno.
Francesca Vinciarelli - 13 settembre 2016


=> Controlli leciti sul dipendente
Di fatto, numerose ordinanze hanno ritenuto legittimo il licenziamento basato su un uso improprio dei social network, come postare fotografie scattate durante l’orario di lavoro accompagnate da commenti offensivi nei confronti dell’azienda. Il concetto alla base della decisione dei giudici è che, nel momento in cui si decide di pubblicare determinate informazioni e foto sul proprio profilo, si accetta automaticamente il rischio che queste possano essere viste da soggetti terzi e quindi utilizzate in tribunale. In nessun caso, però, possono giustificare un licenziamento le informazioni, reperite o meno su Internet, riguardanti dati sensibili come l’orientamento o la vita sessuale di un dipendente (cit. Corte di Cassazione – sentenza n. 21107/2014), a pena la nullità del licenziamento per motivi discriminatori. Stesso discorso per il licenziamento basato sulla intercettazione di conversazioni sulle chat, tipo Skype.
=> Niente controllo dipendenti su Skype
Geolocalizzazione
Il Garante Privacy ha poi chiarito che i datori di lavoro possono utilizzare gli strumenti GPS con lo scopo di localizzare i dipendenti in Mobile Working e sono dotati di telefono aziendale, purché adottino opportuni accorgimenti volti a non invadere la sfera privata del lavoratore e rispettino stringenti misure di sicurezza.
=> Sì al controllo GPS sul telefono aziendale
L’obiettivo è di consentire non tanto il controllo dei movimenti dei dipendenti quanto di garantire il coordinamento e la tempestività degli interventi tecnici in caso di necessità. I datori di lavoro devono poter accedere alle funzioni di geolocalizzazione dello smartphone, ma senza accedere ad altri dati come traffico telefonico, SMS, posta elettronica o traffico voce. Il lavoratore deve essere al corrente della possibilità di essere localizzato dal proprio datore di lavoro, per mezzo di una app che deve essere ben visibile sullo schermo dello smartphone.
Corrispondenza
La corrispondenza elettronica del dipendente, infine, sia essa sotto forma di email o di chat, è sempre coperta dall’obbligo di segretezza.
=> Email aziendali: i poteri di controllo del datore di lavoro
Controllo a distanza
Tutto ciò che riguarda il controllo a distanza, tramite strumenti di videosorveglianza quali telecamere ma anche tramite dispositivi informatici quali pc, smartphone e tablet, è stato riformato dal Jobs Act, allentando i nodi ma mantenendo saldi i vincoli di privacy.
=> Controllo dipendenti: le nuove regole
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FURBETTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE


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info@gobbiepartners.it

 


Tempi duri per i dipendenti pubblici.
Ok agli investigatori privati per stanare i furbetti del cartellino.


La ormai consolidata giurisprudenza della Suprema Corte afferma la legittimità dei controlli difensivi sui propri dipendenti, al fine della tutela del patrimonio della azienda medesima. Di seguito però si segnalano due importanti arresti giurisprudenziali che aprono le porte a procedure più snelle e veloci nell’individuazione e repressione del comportamento del dipendente infedele per il tramite di agenzie investigative.
La Corte dei Conti Sezione II giurisdizionale Centrale di Appello, con la recente sentenza n. 71/2016, in riforma della sentenza di primo grado, ha escluso la responsabilità per colpa grave del Dirigente pubblico per essersi avvalso di una agenzia investigativa esterna e privata, piuttosto che affidare le indagini a servizi interni all’ente di appartenenza.
I giudici della Corte hanno ritenuto legittimo il ricorso ad un’agenzia investigativa privata per stanare gli abusi di un dipendente ufficialmente, ufficialmente in congedo parentale.
Per la Corte deve infatti ritenersi che «l’urgenza» abbia indotto «ad utilizzare il mezzo che appariva attendibilmente più idoneo, anche per la prevedibile maggiore rapidità d’intervento, a di svelare il comportamento del dipendente sospettato di svolgere attività retribuita presso terzi nel periodo di congedo parentale».
«Tanto più – si legge nella sentenza – deve escludersi la gravità della colpa ove si consideri che la legittimità del ricorso ad un’agenzia investigativa privata, peraltro affermata anche dalla Sezione territoriale della Corte dei Conti che, sul punto, non ha aderito alla prospettazione accusatoria, era stata avallata da un consulente del lavoro che, appositamente interpellato sulle iniziative da intraprendere nei confronti del dipendente, aveva suggerito di accertare la veridicità delle ipotizzate violazioni contrattuali contattando, appunto, un’agenzia investigativa».
La Corte ha ritenuto anche di escludere la colpa grave del Dirigente il quale, oculatamente, nella causa di lavoro seguita all’impugnazione del licenziamento da parte del dipendente, aveva chiesto al Tribunale il risarcimento dei danni, ivi compreso il rimborso delle spese sostenute dall’Ente per essersi avvalso dell’Agenzia investigativa.
I tempi, quindi, si prospettano difficili per i dipendenti pubblici, dal momento che la macchina pubblica, ora, da una parte può avvalersi di strumenti più snelli e veloci per procedere ai controlli sulla fedeltà dei propri dipendenti, avvalendosi di agenzie private, dall’altra trova anche una ampia spalla giuridica da parte della giurisprudenza di legittimità circa i licenziamenti per giusta causa, e dall’altra ancora trova il Governo che ha dettato una linea dura contro i “furbetti del cartellino”

 

Si segnala la recentissima sentenza 10482 del 25.5.2016 con la quale la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento del dipendente per aver leso, quest’ultimo, il vincolo fiduciario sussistente nei confronti del datore di lavoro.
Il dipendente, infatti, aveva incaricato un collega di “timbrare il cartellino” al suo posto, presentandosi poi al lavoro solo un’ora più tardi. Quell’oretta trafugata ha, per la Corte, rappresentato una condotta grave che può giustificare il licenziamento.
Sotto altro fronte si segnala che vi è stato il via libera, infine, anche del Governo alla stretta sugli assenteisti nel pubblico impiego. Il Consiglio dei Ministri del 15 giugno ha approvato in via definitiva il cosiddetto “decreto fannulloni“, che intende inasprire le sanzioni e velocizzare i licenziamenti nei confronti di quanti timbrano il cartellino per poi assentarsi dal posto di lavoro. La norma è stata inserita nel pacchetto della riforma Madia dopo i vari casi di dipendenti pubblici sorpresi in atti illeciti, dal Comune di Sanremo ai più recenti arresti alla Asl di Caserta.
Se colto in flagrante il lavoratore sarà sospeso in 48 ore Il decreto riguarda un preciso illecito disciplinare, cioè la falsa attestazione della presenza in servizio, in altre parole, chi timbra il cartellino ma poi non va a lavorare. Se il lavoratore è colto in flagranza o registrato dalle videocamere, entro 48 ore scatta la sospensione dal servizio e dalla retribuzione. Il provvedimento partirà d’ufficio, mentre finora era rimasto facoltativo: l’obbligatorietà era prevista solo per casi più gravi.
E’, insomma, il momento giusto per gli investigatori privati di farsi avanti con le Amministrazioni Pubbliche al fine di poter soddisfare queste evidenti esigenze di celerità, speditezza e snellezza nella repressione dei furbetti del cartellino.

Savona, 12 luglio 2016

 



Avv. Roberto Gobbi

Savona - Milano - Roma
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SEDE: Savona, Piazza Mameli 2/7, 17100 - Tel. 0198338257, Fax. 0198160629
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